I Patti Territoriali per l'Occupazione

Nati nel 1996 da un'idea suggerita dalla Commissione Europea e subito raccolta dal Consiglio Europeo di Firenze del 1997, i Patti Territoriali per l'Occupazione Europei rappresentano il tentativo di sperimentare una nuova metodologia per risolvere il problema endemico della disoccupazione. 
I "patti territoriali per l'occupazione" rappresentano per l'Italia una esperienza di straordinario significato in termini di innovazione e di approccio integrato nelle pratiche dello sviluppo locale.
Tale esperienza ha il valore di una sfida. Le contraddizioni, le difficoltà, ma anche le speranze e gli entusiasmi degli ultimi anni confermano che l'Italia è un paese che pur con molte differenze tra aree forti e aree deboli riesce ad esprimere una straordinaria capacità di mobilitazione e di rinnovamento. 
Tali energie, rispetto alla storia passata e recente del nostro paese, consolidano e sottolineano i presupposti per l'affermazione di una vera cultura dello sviluppo locale, a partire innanzitutto dalle istanze di rinnovamento della politica che, anche alla scala locale, si deve fare carico e affrontare in forma complessa i seguenti nodi problematici:

gli squilibri, le differenze nei livelli di sviluppo e di occupazione tra diversi territori del paese, tra nord e sud, tra est e ovest, tra aree forti e aree svantaggiate;
 
la ricomposizione di un clima favorevole al progresso sociale e politico, in seguito allo smarrimento che l'intero sistema-paese ha avvertito con il degrado della vita pubblica, culminato nel periodo 92/93;
 
l'esigenza di ricostituire una classe dirigente, soprattutto locale, in grado di governare, con un nuovo "protagonismo", le aspirazioni delle comunità territoriali e accompagnare la crescita basata sulla valorizzazione dei potenziali disponibili e sostenibili;
 
un diffuso sentimento formalmente "europeista", ma "de-strutturato" nel cogliere le innovazioni profonde collegate alla costruzione dell'Unione Europea e quindi una sostanziale difficoltà di attecchimento dei processi di modernizzazione legati ad un maggiore apertura al mercato, al rispetto delle condizioni di piena concorrenza, alla comprensione dei fenomeni di smaterializzazione dell'economia e all'individuazione del ruolo strategico dell'Europa di fronte ai crescenti processi di globalizzazione.
 

Pur con le caratteristiche sopra elencate e nonostante le difficoltà che ancora oggi vi sono per il raggiungimento dei risultati sperati in termini di crescita, di stabilità e di occupazione, l'Italia ha dato una eccezionale prova di capacità innovativa proprio con la messa a punto dei "Patti territoriali" concepiti dal CNEL e via, via, rielaborati attraverso i vari Istituti della "programmazione negoziata" e successivamente considerati dalla U.E. come un metodo sperimentale di sviluppo locale fortemente orientato per la lotta alla disoccupazione ai livelli regionali e locali.
Da questo punto di vista la sfida per l'Italia diventa allora duplice: da un lato si tratta di compiere un enorme salto verso la strada della modernizzazione del paese e dall'altro occorre dimostrare che il merito di aver inventato e promosso per primi in Europa i "patti", non solo non determinerà alcun calo di responsabilità del Governo e delle classi dirigenti locali, ma anzi, si accompagnerà ad un rapporto di continua interconnessione con gli scenari che tale esperienza andrà ad assumere nei vari territori europei, in particolare rispetto agli effetti delle politiche attive per il lavoro e l'occupazione.
La messa a punto del "Programma Operativo Multiregionale: Sviluppo locale" per i "Patti territoriali per l'occupazione" 1998-99, si arricchisce, dunque, di ulteriori contenuti dovuti ad un processo di maturazione e di consapevolezza conseguito negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi: gli sforzi e i sacrifici da un lato, ma dall'altro, anche la soddisfazione e i meriti per il raggiungimento dei parametri di ingresso nella "moneta unica", unitamente all'accelerazione degli impegni di spesa dei Fondi strutturali compiuti per colmare la gravissima condizione, riscontrabile in molte regioni italiane, di carenza nella progettazione e debolezza nella capacità di spesa.

L'impostazione metodologica del POM, da questo punto di vista, tende ad esaltare tre obiettivi fondamentali:
1) l'approccio di tipo ascendente, ovvero derivato da processi di mobilitazione "bottom up", dal basso verso l'alto, con lo scopo di incoraggiare ulteriormente le parti sociali, economiche ed istituzionali che in questi ultimi mesi si sono mobilitate a livello locale;
2) La realizzazione di una vasta e articolata compartecipazione, in modo che il maggior numero di rappresentanze sociali trovi una collocazione dentro la logica di sviluppo attraverso la qual risulti facile comprendere che l'interesse di ciascuno possa accrescersi anche grazie alle sinergie con gli altri partners.
3) La messa a punto di nuovi metodi di progettazione, programmazione, pianificazione e realizzazione di iniziative dove il carattere di novità sia costituito soprattutto da una strategia integrata e quindi dal grado di coordinamento e di interconnessione non solo tra componenti e obiettivi, ma anche tra ruolo degli attori e dalle diverse tipologie di partnerships.